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Facebook, privacy bucata e foto svelate

Una nuova funzionalità integrata nel codice del social network espone le foto personali al pubblico prurito. Cade vittima del fattaccio anche il gran capo Mark Zuckerberg. Ora il problema è stato risolto

Roma – Una modifica al codice di Facebook ha dato agli utenti del social network la possibilità di visionare le foto di chiunque sul network: indipendentemente dal loro status di contenuti “privati” o aperti al pubblico. Il “baco” è però durato poco (la società ha inibito la funzionalità che lo aveva causato) ma è stato sufficiente a far spuntare una serie di foto riservate nientemeno che del fondatore e CEO Mark Zuckerberg.

A scovare la possibilità di accedere alle foto private è stato il membro di un forum dedicato al body building, il quale è incappato nel “problema” provando una nuova funzionalità pensata per segnalare a Facebook contenuti inappropriati (ad esempio “pornografici”) in istanze multiple. Scegliendo l’opzione per “selezionare foto aggiuntive” da includere nella segnalazione era possibile visionare le foto recenti del contatto indipendentemente dal loro status “privato” o meno.

A cadere “vittima” del baco è stato nientemeno che Mark Zuckerberg, il founder e autore originario di Facebook: di Zuckerberg sono state subito carpite e pubblicate sul web foto apparentemente “riservate” di vita privata, nulla di particolarmente scabroso ma comunque sufficiente a destare l’interesse degli stalker e dei guardoni telematici.

    Facebook si è subito premunita di spiegare che si era trattato di un problema causato da “uno delle nostre recenti modifiche al codice”, un baco presente “live” sul social network “per un periodo di tempo limitato”. “Una volta scoperto il bug”, dicono i portavoce di FB, “abbiamo immediatamente disabilitato il sistema e ripristineremo la funzionalità solo quando potremo garantire che il problema è stato risolto”.

    Che si sia trattato di un incidente limitato o meno, il baco della foto private-non-più-private non poteva capitare in un momento più delicato per il business del social network statunitense: Facebook ha appena firmato un accordo sulla privacy con la Federal Trade Commission e si prepara a esordire in borsa con mire senza precedenti.

    Alfonso Maruccia

    Speed article

    Well, then I start, throwing a provocation: it is usually temporary phenomenon, for some ‘people are passionate, but shortly after the pre-and consider it to put more focus on the attention. Especially this aspect of the Italians, or have an interest in the intermittent technology. We are a people, then undeveloped, although now almost all of our homes there is a network?

    Those who start with the answer then?

    Articolo scheggia

    E’ il fenomeno del momento, almeno in rete e sto parlando di Groupon: chi se la sente di iniziare la conversazione?

    Nessuno!!!

    Bene, allora comincio io, lanciando una provocazione: è il solito fenomeno passeggero, per un po’ le persone si appassioneranno ma poco dopo lo considereranno preistoria e si metteranno a puntare su altro l’attenzione. Soprattutto questo aspetto riguarda gli italiani, ossia l’avere interesse a intermittenza per la tecnologia. Siamo allora un popolo poco evoluto, nonostante ormai in quasi tutte le nostre case ci sia la rete?

    Chi comincia allora col rispondere?

    Bing cerca di avvicinare Google

    Bing cerca in tutti i modi di recuperare terreno nei confronti di Google.
    Il motore di ricerca, accusato in passato di copiare i risultati del rivale, corre ai ripari e annuncia l’introduzione di nuove interessanti funzioni, che accentuano il suo orientamento “social”. Uno sviluppo prevedibile, dato che Microsoft, la società che ha sviluppato Bing, in questi anni ha coltivato pazientemente un rapporto privilegiato con reti sociali come Twitter e Facebook.
    La ricerca in tempo reale degli aggiornamenti sui social network, per la verità, non è una novità. Ma l’interfaccia del sito è stata modificata per rendere la ricerca dei contenuti condivisi più semplice, con l’aggiunta di un box che mostra gli aggiornamenti di Twitter ed evidenzia gli argomenti di conversazione più “caldi”.
    Altre novità: anche Bing approda alla ricerca istantanea delle informazioni, sulla falsariga di “Google Istant”, e inaugura Bing Enterteinment, una sezione dedicata allo spettacolo, con notizie riguardanti attori, performer, cantanti, film ed eventi. Infine, chi vorrà condividere un commento su Facebook e Twitter, potrà farlo con un semplice clic.
    Ma veniamo al rovescio della medaglia: le novità riguardano soltanto gli Stati Uniti. In Italia l’avvento del nuovo Bing è rinviato a data incerta. Ce ne faremo una ragione. E nel frattempo molti di noi continueranno a usare Google.

    Assange: internet? Si salva solo Wikileaks

    Internet, nella percezione comune, è un luogo di libertà e democrazia, che ha trasformato il mondo dell’informazione. Tutti possono creare un sito, un blog, o un account su qualche social network, per condividere contenuti, informare e criticare. Ogni persona può dire la sua, o commentare le notizie diffuse da altri. Chiunque può innescare meccanismi virali, se riesce a fiutare le tendenze, e conquistare l’agognata visibilità. Insomma, sembra difficile mettere in dubbio la vocazione libertaria di internet.
    Eppure, secondo Julian Assange, qualcosa non torna. Il celebre fondatore di Wikileaks non è andato per il sottile. Ha detto che internet non favorisce la libertà di espressione. Al contrario, è una tecnologia insidiosa, che può essere usata per creare un regime totalitario fondato sulla sorveglianza. Vista in questi termini, la rete è addirittura un ostacolo alla costruzione di una società libera, perché è “la più grande macchina di spionaggio mai messa in piedi”.
    Parole pesanti, rimbalzate in ogni angolo del web, che fanno intravedere grandi fratelli di orwelliana memoria.
    Assange ha fornito un esempio: il rovesciamento del regime egiziano. Facebook ha avuto un ruolo fondamentale nell’innesco della rivoluzione, ma è stato anche usato dalla polizia del paese per identificare i ribelli e torturarli. Chi sono i buoni? Assange ha indicato il suo sito, ovviamente. Per questo le sue dichiarazioni hanno un retrogusto autopromozionale. Ma restano, in buona parte, condivisibili.

    Bing si scusa: su Twitter una trovata di cattivo gusto

    La reputazione di Bing, il motore di ricerca targato Microsoft, è in forte calo ultimamente. Dopo le accuse di Google, che lo ha accusato di colpire i suoi risultati, è arrivata una trovata pubblicitaria di cattivo gusto (a dir poco).

    Il teatro della vicenda è Twitter, il sito di microblogging più noto e apprezzato dagli internauti. Come noto a coloro che bazzicano il mondo digitale, il meccanismo della viralità su Twitter è alimentato dal retweet, un semplice clic che consente di condividere i micromessaggi, facendoli viaggiare e allungando il loro tempo di vita. Il retweet è un piccolo riconoscimento, che premia la qualità di un tweet. Quando il numero di retweet supera una soglia critica, il messaggio ottiene grande risonanza, che può tradursi in un ritorno pubblicitario.

    Quelli di Bing, per ottenere un gran numero di retweet, hanno avuto la bella pensata di innescare una catena di Sant’Antonio, strumentalizzando per fini commerciali pubblicitari l’immne catastrofe accaduta in Giappone.

    Ecco il tweet che ha destato lo sdegno generale: “How you can #SupportJapan - http://binged.it/fEh7iT. For every retweet, @bing will give $1 to Japan quake victims, up to $100K”. Avete capito? Microsfot promette di donare un euro alle popolazioni colpite dalla catastrofe per ogni retweet.

    In seguito, dopo le comprensibili reazioni infuriate dei twitteri, Bing ha chiesto scusa. Ma il danno di immagine resta.

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